C’era una volta a… Hollywood

Dimenticate tutto quello che sapete sul cinema di Tarantino e preparatevi ad assistere a qualcosa che il regista di Knoxville non aveva mai fatto prima d’ora. “C’era una volta a… Hollywood” è la pellicola meno tarantiniana che lui stesso abbia girato, e anche quella che racchiude tutto ciò che il regista ama di più. Il risultato è un film geniale che omaggia il cinema in tutto e per tutto.

Ogni battuta, personaggio, inquadratura o avvenimento è un fottuto omaggio alla settima arte.

Per il suo nono film, Tarantino decide di portarci in una realtà parallela, più precisamente in una Los Angeles del 1969, dove il vicino di casa di Roman Polanski e signora, Sharon Tate, si chiama Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), una vecchia gloria di una serie tv western di successo. Per girare “C’era una volta a… Hollywood”, Tarantino ha pensato ad ogni minimo particolare, arrivando addirittura a creare l’intera carriera di Rick Dalton, con tanto di cartelloni pubblicitari, locandine e spezzoni di film (ovviamente ritoccate), il tutto per caratterizzare al meglio il suo protagonista.

C'era una volta a... hollywood
Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt)

Se si parla del 1969 probabilmente la prima cosa che viene in mente è Woodstock, il più grande raduno della storia, la più grande manifestazione di musica rock, piena zeppa di cultura hippy e amore libero. Qualcun altro potrebbe invece associare il ’69 al 21 luglio, quando Neil Armstrong piantò la bandiera americana sulla superficie lunare.

Ma purtroppo il festival del rock e del folk più famoso del mondo e i primi passi dell’uomo sulla luna non sono gli unici avvenimenti del 1969 passati alla storia.

Infatti nella notte tra l’8 e il 9 agosto si è scritta una delle pagine più nere degli annali dell’umanità. Ovviamente sto parlando degli omicidi di Cielo Drive, in cui vennero uccise cinque persone, tra cui l’attrice Sharon Tate incinta di otto mesi del figlio di Roman Polanski. Alcuni sostengono che la strage di Cielo Drive abbia sancito la definitiva fine degli anni ’60.

c'era una volta a hollywood
Cliff Booth, Pussycat (Margaret Qualley) e Catherine “Gypsy” Share (Lena Dunham)

Tarantino rappresenta bene ciò che riguarda la Manson Family: l’adorazione per Charles Manson, la cultura Hippy, e lo Spahn Ranch. Ma tutto questo fa solo da sfondo alla vera trama di “C’era una volta a… Hollywood”. Rick Dalton, attore ormai in declino che ha raggiunto il successo grazie alla serie televisiva “Bounty Low”, considerato troppo vecchio per continuare a recitare nel ruolo dell’eroe è costretto ad interpretare il ruolo del cattivo. Ad accompagnarlo in ogni produzione c’è la sua controfigura, nonché amico fraterno, nonché suo autista, nonché balia, Cliff Booth (Brad Pitt). La svolta, con la conseguente riaffermazione della carriera di Dalton, potrebbe arrivare quando nella villa accanto alla sua si trasferiscono Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate, interpretata da una Margot Robbie che ha centrato in pieno la caratterizzazione di quella che fu Sharon Tate.

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Sharon Tate (Margot Robbie)

Soffermiamoci un attimo su Leonardo DiCaprio e su Brad Pitt, sui loro personaggi e su quel che rappresentano.

I due attori sono stratosferici, sembrano essere nati appositamente per recitare insieme tanta è la loro alchimia. Ma Rick e Cliff sono due personaggi completamente opposti. Il primo è un talentuoso attore che non accetta che la sua carriera sia in declino e vuole sempre di più, tornando ad essere l’interprete di successo che è stato un tempo. Desiderando una svolta per la sua carriera, talmente in collera per il rifiuto delle produzioni, finirà per piangere davanti ad una bambina di otto anni, scoppiando di rabbia e risentimento per se stesso nel suo camerino.

Cliff, in compenso, ha trovato il suo posto nel mondo. Si accontenta di fare da controfigura al suo migliore amico e non chiede niente di più. Non cerca il successo o il plauso del pubblico. Vive la sua vita in pace con il suo cane, Brandy.

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Cliff Booth e Brandy

Scrivendo la sceneggiatura, Tarantino ha deciso di donare a “C’era una volta a… Hollywood” una propria identità, inserendo all’interno della sceneggiatura e nella caratterizzazione dei personaggi, un significato ben preciso di quel che per lui significa il mondo del cinema.

Tra simbolismo e metafora, Tarantino da vita ad ogni personaggio, e ad ogni scena attribuisce un significato intrinseco ben preciso.

A tal proposito vorrei analizzare una delle scene più chiacchierate di “C’era una volta a… Hollywood”, ossia quella che vede protagonista Bruce Lee (Mike Moh). In molti, compresa la figlia Shannon Emery Lee, si sono lamentati per come Tarantino abbia ridicolizzato il mito del jeet kune do e dei film sulle arti marziali. Ammetto che in un primo momento anche io mi sono schierato dalla parte di Shannon, ma ripensando bene alla sequenza c’è da constatare che lo scontro tra Cliff e Bruce Lee racconta molto più di quanto ci è dato vedere. Il succo della questione è che i veri eroi di Hollywood (e non solo) sono gli stuntman e tutti i tecnici che rendono effettivamente possibile la realizzazione di un film.

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Cliff Booth contro Bruce Lee (Mike Moh)

Quentin Tarantino avrebbe potuto usare un altro personaggio del panorama cinematografico, o magari inventarne uno di sana pianta come ha fatto con i due protagonisti, ma così facendo l’effetto della scena sarebbe vertiginosamente calato. Vedere Cliff Booth, una semplice controfigura, duellare contro una leggenda come Bruce Lee, e metterlo a terra più di una volta senza durare alcuna fatica è una sequenza che difficilmente si potrà dimenticare.

Ogni persona a servizio di Tarantino per la realizzazione di “C’era una volta a… Hollywood” ha fatto un lavoro eccellente. Le scenografie di Barbara Ling, che ripropongono la Città degli Angeli di fine anni ’60 sono semplicemente favolose, forse anche un po’ troppo. Ogni dettaglio di Los Angeles è perfettamente curato. Le strade, le macchine, i costumi e, ovviamente, i cinema appaiono incredibilmente perfetti.

La fotografia, curata dal fedelissimo Robert Richardson, è talmente bella che sembra quasi irreale. Come se Tarantino volesse idealizzare quel periodo così tanto lontano.

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Rick, Cliff e Marvin Schwarzs (Al Pacino)

Se Rick Dalton rappresenta il cinema che all’epoca stava colando a picco, che lentamente stava svanendo per far spazio alla nuova generazione, Sharon Tate simboleggia la sua perfetta contrapposizione. La giovane moglie di Roman Polanski è la perfetta incarnazione del talento che sta venendo a galla, che ha ancora l’entusiasmo e la naturalezza per poter fare strada. E diciamolo, una come Sharon Tate avrebbe sicuramente avuto la strada spianata verso il successo.

Margot Robbie dimostra nuovamente il suo grande talento riuscendo a trasmettere la leggerezza, la freschezza e la voglia di vita che aveva la Tate prima che la sua vita venisse prematuramente spezzata.

In conclusione. “C’era una volta a… Hollywood” è una pellicola che racconta l’amore per il cinema di Quentin Tarantino, un omaggio a tutti i generi che ha sempre amato, in particolare lo spaghetti western all’italiana e a tutto ciò che rende magica la settima arte.

Una piccola riflessione sul finale – SPOILER

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Brad Pitt, Leonardo DiCaprio e il regista Quentin Tarantino

A sostegno dell’idea secondo cui Tarantino voglia rendere gloria agli stuntman, alle controfigure e a tutti i tecnici, anche se a raccogliere la gloria sono gli attori, c’è il controverso finale.

Un piccolo drappello della Manson Family, capitanato da Tex Watson (Austin Butler), giunge a Cielo Drive ed è pronto a fare irruzione al 10050 quando, sbagliando strada, entra nella proprietà di Rick Dalton. Infuriato e ubriaco, l’attore li caccia via malamente, ma quando i Diavoli di Manson lo riconosceranno, decideranno di apportare una piccola modifica al loro piano.

Prima di compiere il volere di Charles Manson (che in questo film è poco più di una comparsa) di uccidere chiunque si trovi al 10050 di Cielo Drive, entreranno in casa di Dalton per accopparlo, ma troveranno invece un agguerrito (e strafatto) Cliff Booth, che con l’aiuto della sua fedele cagnona Brandy, riuscirà ad accoppare due dei tre killer, mentre Rick Dalton se ne sta allegramente ad ascoltare musica a tutto volume in piscina, senza accorgersi di quel che sta succedendo nella sua casa. L’unico merito che ha l’attore sarà quello di uccidere con un lanciafiamme una dei membri della Manson Family, già ridotta in fin di vita.

La scena seguente è la perfetta metafora di ciò che frequentemente accade nel mondo del cinema Hollywodiano. Dopo aver riportato delle ferite durante lo scontro, Cliff finisce in ospedale e mentre Dalton si prende tutto il merito, riscuote l’attenzione di Sharon Tate e viene invitato alla sua festa.

Quindi l’attore, come sempre si prende tutta la gloria, mentre la controfigura finisce a bocca asciutta.

Così come aveva già fatto in “Bastardi senza gloria”, il regista prende un avvenimento realmente accaduto e lo stravolge completamente cambiando un solo piccolo particolare, riscrivendo la storia. Infatti come possiamo ricordare nel film del 2009, Tarantino fece si che la Seconda Guerra Mondiale si concludesse con la morte di Hitler, ucciso in un cinema da due membri del gruppo dei Bastardi, cosa che ovviamente non è mai accaduta.

In questo caso invece rimescola le carte dell’aggressione avvenuta a Cielo Drive nel ’69 sconvolgendo il risultato finale. Lo spettatore sa chi sta arrivando a Bel-Air, ed è consapevole di cosa sta per accadere. L’unica domanda che ancora non ha riposta è come Tarantino avrà deciso di rappresentare l’eccidio di Cielo Drive.

Quentin Tarantino usa quindi il cinema per il vero scopo per cui il cinema è stato creato, ovvero evadere la realtà (anche solo per qualche ora) e dimenticare qualsiasi altra cosa.

Andrea Di Mastrorocco